Il Manifesto 09 Settembre 2016

Il Manifesto 09 Settembre 2016

Il Manifesto 09 Settembre 2016

ARTICOLO DI OGGI SUL MANIFESTO

Il Corto eco-sostenibile

Storie. Il centro sociale Corto Circuito è a Roma un luogo di aggregazione e di resistenza al degrado umano e politico da un quarto di secolo, ora è un cantiere e un laboratorio sociale di tecniche di permacultura, solidali, a gestione integrata. «Dopo l’incendio che quattro anni fa ha distrutto parte dei padiglioni – spiegano gli attivisti-militanti – ricostruiremo tutto meglio di prima, per il quartiere e per la città»

Geraldina Colotti

Edizione del 09.09.2016

Pubblicato 8.9.2016, 23:59

Aggiornato 9.9.2016, 9:15

In via Filippo Serafini a Roma fervono i lavori. Una piccola comunità solidale è impegnata a ricostruire il Corto circuito, storico centro sociale romano. Giovani e meno giovani, e anche bambini, trafficano con utensili e materiali. Seguono le indicazioni degli insegnanti sui principi e le tecniche della «permacultura»: antiche, ecosostenibili e antisismiche. Serviranno a tirar su un nuovo padiglione, dopo l’incendio che ha distrutto la struttura precedente 4 anni fa. Si va avanti in fretta, da un giorno all’altro l’edificio cresce. E dal 7 all’11 settembre l’originale esperienza verrà condivisa al Festival Europeo di Permacultura, che si terrà a Bolsena.

Il cantiere è anche un laboratorio, un gruppo di formatori coordina le attività. Stefano Mattei è qui per insegnare come si costruisce con materiali e tecniche naturali in base ai principi di questa tecnica di progettazione basata su forti principi etici. «Si possono fare edifici rispettosi dell’ambiente e con grande risparmio energetico – spiega – e sono salubri. Inoltre si restituisce qualcosa alla comunità, non si mettono solo insieme legno, paglia e viti, ma persone intorno a un progetto che accomuna. E così lasciamo qualcosa a chi viene dopo: ricreando la comunità che abbiamo distrutto e cercando di inventarne di nuove in base alle magiche alchimie che il lavoro fatto insieme per la collettività, e non per il capitale, riesce a produrre. In questo senso, il nostro ruolo di formatori è quello di “fare insieme”, creare il gruppo, articolare le energie in maniera olistica, accettare e interloquire con la diversità. Spesso dal problema può arrivare la soluzione».

Permacultura, questa sconosciuta

Il metodo della permacultura venne spiegato per la prima volta dai volumi degli scienziati australiani Bill Mollison e David Holgrem, nel 1978 e ’79 e interessa una molteplicità di tecniche e discipline: dall’agricoltura all’urbanistica, all’architettura, alla biologia… La permacultura è fondamentale nelle Transitions towns, un movimento culturale fondato in Irlanda e in Inghilterra nel 2006 ma presente anche in Italia nel «Nodo italiano del movimento di Transizione», che riunisce oltre 2.000 esperienze. In alcuni paesi dell’America latina, dove i saperi antichi si coniugano con nuove sperimentazioni per portare una critica sistemica allo sviluppo capitalista, le tecniche di permacultura sono… di casa.

In Venezuela, vengono spesso impiegate nel vasto piano di case popolari (quasi un milione e mezzo in pochi anni), attuato dal governo in base a una «urbanistica condivisa» definita «integrale»: dove, insomma, sono i consigli comunali e le assemblee di quartiere, che compongono l’autogoverno delle comunas, ad amministrare direttamente il bilancio dello Stato e a decidere dove posizionare un edificio con annessi servizi. Sulla stessa strada si era avviata l’Argentina, prima che il neoliberista Macri andasse al governo e mettesse in galera la leader indigena Milagro Sala per stroncare le cooperative di edilizia popolare, direttamente gestite dai nativi.

Spiega Enrico Grillo, un altro formatore: «Questo è un progetto partecipato, che ha avuto fin da subito caratteristiche di coralità, sia nella squadra multidisciplinare dei formatori, che nel cantiere: un cantiere inter-generazionale, trasversale, inter-regionale, internazionale. Si impara di nuovo a usare le mani, a fare insieme, bambini e adulti. Questo crea coesione e insegna a prendersi cura di un ambito ben più grande del proprio cortile di casa… è la società liquida, di fragilità e positive contaminazioni». Ma usare la paglia non può provocare un altro incendio? «La paglia compressa è un ottimo isolante, con caratteristica di durabilità e traspirabilità», risponde Grillo.

Da un lato dell’edificio ci sono le vasche di fitodepurazione. Danilo, ex operaio licenziato che ha usato i soldi della disoccupazione per seguire i corsi di permacultura ci mostra il loro funzionamento. «Le vasche imitano i sistemi naturali come paludi o lagune dove vengono smaltite componenti organiche attraverso l’azione delle piante macrofite che mandano più ossigeno nel terreno, e questo accelera i processi con cui i batteri smaltiscono le sostanze organiche. Il sistema consente così il riutilizzo dell’acqua per innaffiare l’orto».

Pavimento di tappi

Per accompagnare il progetto e raccogliere fondi, c’è anche un’altra idea, la campagna «Stappavimento»: perché nella nuova struttura l’isolamento termico del pavimento verrà fatto con la messa in posa di 17.000 bottiglie di birra da 66 cl. «Bevi dove vuoi, la bottiglia portala a noi», dice lo slogan con questo originale invito al riciclaggio.

Intanto, lo spazio-cucina, sempre molto frequentato, rimane attivo sotto un grande tendone. Quando c’è bel tempo, si mangia all’aperto, nello spiazzo vicino alla rete del campo di calcetto, nei locali che ospitano la palestra e una scuola popolare, corsi di chitarra barocca, presentazioni di libri, giochi per bambini… Da qui sono usciti giovanissimi campioni di kickboxing, qui si sono incontrati virtuosi di capoeira brasiliani e italiani, calciatrici prodigio e boxeur.

I più «tosti» di tutti sono quelli che hanno barattato il vuoto del muretto e della «roba» per questa strampalata carovana, in cui la gente cambia ma la «struttura» resta. Una struttura autogestita che produce autoreddito e offre cultura e servizi: «Più che un’alternativa, una domanda, una porta aperta sulle lotte da compiere, su come gestire altrimenti e per tutti i beni comuni, su come organizzare la partecipazione popolare», dice Daniela, «militante del Corto» da 6-7 anni. Arriva gente di ogni età. Ogni volto, una storia.

Tracce, percorsi, azzardi e ritorni indietro. Il Centro sociale esiste dal 21 aprile del 1990. Oltre un quarto di secolo di occupazione. Generazioni di militanti, e poi di attivisti, di volontari, e ora di nuovo «militanti» in un tentativo di rimodulare l’esperienza sulla democrazia partecipata e sul senso pieno della politica. Un laboratorio che, nei suoi tanti rivoli e percorsi, appoggia le resistenze nei vari Sud del mondo, dal Messico al Rojava, e guarda anche alle esperienze post-neoliberiste del Latinoamerica, che provano a rideclinare la parola socialismo. Il Corto partecipa al V Incontro nazionale di Caracas ChiAma, la rete di solidarietà al Venezuela bolivariano.

La sfida alla sindaca pentastellata

Alle pareti, tra poster e volti di chi non c’è più, compaiono pannelli, piantine e percorsi che spiegano le tappe del progetto. Dice ancora Daniela: «Dopo l’incendio che ha distrutto i padiglioni 4 anni fa ci siamo detti che lo avremmo ricostruito perché non si può negare al quartiere uno spazio come questo, che viene vissuto quotidianamente e offre un’alternativa in termini di servizi e cultura». Così, è stata lanciata una campagna per raccogliere fondi, «una parte dei quali è stata investita per tirar su il tendone e mantenere in piedi le attività, un’altra per questo progetto, inizialmente concepito in modo tradizionale e presentato alle istituzioni». La risposta, però – dice Gianfranco – «è stata politica: non siete riconosciuti come spazio, avremmo dovuto versare alla Corte dei Conti oltre 600.000 euro e per di più, lungaggini, in base alla legalità procedurale. Non potevamo attendere. Ci hanno messo i sigilli 4 volte, abbiamo respinto svariati attacchi…».

E adesso, con la nuova sindaca a 5 Stelle? «Abbiamo sempre cercato un’interlocuzione – dice ancora Daniela – ma quando l’intero patrimonio pubblico è stato messo a bando, si è aperta la strada alla privatizzazione e alle speculazioni. Il problema è generale, riguarda tutti gli spazi in autogestione. È la gestione del patrimonio pubblico che va ridefinita. Ci sono spazi vuoti, abbandonati dalle incapacità delle amministrazioni locali, ci sono servizi che mancano. L’autogestione non basta, ma riempie di contenuti un vuoto, solleva una battaglia. La nostra scuola popolare non può sostituire quella pubblica, ma indica una visione diversa. C’è una legalità che favorisce i potenti e una richiesta di gestire i beni comuni in un altro modo che si scontra con questa legalità in base alla legittimità sociale. La nuova amministrazione a 5Stelle dice di puntare sulla legalità, ma se vuole essere un’alternativa dovrà scontrarsi con un progetto che non è legale, ma è giusto che ci sia. Una bella sfida».

L’auto-organizzazione e l’autogestione «sono un’alternativa al Fiscal Compact, al commissariamento, alle privatizzazioni e alla politica dei partiti», afferma Nunzio D’Erme, uno dei fondatori del centro sociale, ex consigliere comunale. «Per questo, proponiamo alla città un doppio cantiere: il primo costruisce una struttura eco-sostenibile, il secondo tende a mettere in campo un laboratorio sociale e politico per produrre pratiche dal basso che diventino la voce degli ultimi e controllino chi amministra le città». Un «salto in avanti che, attraverso le pratiche collettive e territoriali quali Cinecittà Bene Comune, Carovana delle Periferie, Roma non si vende, Diritto all’abitare, metta in moto un processo di ricomposizione sociale e culturale e riporti al centro i bisogni dei settori popolari contro i grandi progetti speculativi».

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